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tradimenti

Guardami scopare


di Distratta
25.05.2026    |    2.986    |    10 9.2
"Non ci salutammo nemmeno con un gesto formale; io volevo solo scopare con uno sconosciuto, e l'avevo fatto..."
«Marco, ti va di uscire a cena?»
La proposta sembrava innocente, una piccola evasione dalla monotonia lavorativa. Marco accettò immediatamente, il suo sorriso sincero, ignaro di cosa sarebbe successo. Ero già vestita con un abito che mi risaltava le curve: un vestito intero, color crema, corto al punto che mi copriva appena il culo quando mi sedevo. La parte anteriore era morbida, senza struttura, e il tessuto sottile evidenziava chiaramente che non avevo il reggiseno. I miei capezzoli puntavano contro il materiale, due protuberanze evidenti che Marco notò subito mentre ci preparavamo.
Lui era elegante ma casual: camicia celeste, pantaloni marroni e mocassini. Un uomo attraente, il mio uomo, che non sapeva che questa serata romantica sarebbe diventata qualcosa di molto più audace.
La cosa bella delle cene durante la settimana è la tranquillità dei locali. Poca gente, meno rumore, più intimità e… sguardi meno sfuggenti.
Cominciammo con un aperitivo in un locale vicino. Marco notò che ero senza intimo quando, alzandomi dalla macchina, una piccola macchiolina dei miei umori rimase sul sedile. Un segno involontario ma eloquente. Durante l'aperitivo, vedevo che Marco cercava di capire come sarebbe andata a finire la serata, ma io rimasi ermetica, mantenendo un sorriso ambiguo.
Mentre stavamo sorseggiando – io lo spritz, lui l'americano – lo guardai negli occhi. Con un movimento deliberato ma naturale, mi alzai un po' la gonna e mi infilai due dita dentro la mia vagina, esplorando la mia umidità già crescente.
Marco quasi sobbalzò. Si avvicinò, la voce bassa e carica di desiderio: «Tesoro, così mi piaci.»
Io gli risposi con un tono calmo: «Siamo solo all'inizio. Non ho programmato nulla, ma voglio vedere se la serata prende una piega più spinta.»
La passeggiata verso il ristorantino fu un continuo gioco di provocazioni. Marco mi toccava il culo, alzava la gonna, lasciando le mie natiche scoperte per qualche secondo, poi le pizzicava con un misto di possesso e divertimento. Camminiamo per le vie di Treviso, l'aria fresca della sera contrastava con il fuoco che si stava accendendo dentro di me.
Arrivati al ristorante, il cameriere ci accompagnò in una saletta raccolta, molto intima. C'erano solo pochi tavoli per due persone, l'ambiente perfetto per quello che volevo. Io mi sedetti sul divanetto, con le spalle al muro, per avere tutta la visuale della sala.
Dopo poco arrivò un uomo, sulla sessantina, di bell'aspetto. Portava una certa aria di confidenza, soprattutto con il cameriere, che lo salutò con un «Ben tornato in zona, signor Rossi!». Capii immediatamente che era un habitué del luogo.
Appena il cameriere se ne andò, io aprii completamente le gambe. Non era un gesto casuale; era una dichiarazione. Inizialmente, l'uomo sembrava concentrato sul suo menu, ma poi notò i miei atteggiamenti eloquenti. Gli sguardi divennero più persistenti, più intensi. Tra il nostro tavolo e il suo c'erano solo un paio di metri, sufficienti per notare che ero senza intimo, e che la mia postura era un invito aperto.
Marco, in tutto questo, capì che la situazione stava prendendo una piega interessante. Per lasciarmi più spazio, disse semplicemente: «Devo andare in bagno.» E si alzò.
In sala eravamo rimasti solo io e il signore Rossi.
Appena Marco uscì, l'uomo mi fece un sorriso diretto, senza vergogna. Io risposi al suo sorriso e, senza esitazione, mi infilai un dito dentro la mia vagina. Lo sfilai lentamente, lo portai alla bocca e lo succhiai con un'espressione di piacere evidente.
Il signore Rossi sembrava non capire più nulla, ma il suo interesse era palpabile. Continuai a stuzzicarlo, muovendomi sul divano per far uscire quasi un seno completo dal vestito. La pelle del mio seno era visibile, il capezzolo quasi esposto.
Marco tornò. L'uomo cercò di ricomporsi, ma senza efficacia. Io, con la mano ancora sulla mia vagina, feci il cenno delle corna con le dita e lo lasciai visibile finché Marco non se ne accorse guardando sotto il tavolo.
Marco capì immediatamente. Sorrise, un sorriso che diceva: «Va bene, gioca.»
L'uomo, preso coraggio, si alzò. Venne verso il nostro tavolo senza dire nulla. Guardandomi negli occhi, mise un dito dentro la mia vagina, esplorando la mia umidità con una familiarità sorprendente. Poi si girò verso Marco e disse semplicemente: «Questa sera mi scoperò la tua bella mogliettina.»
Io diventai un lago sotto. Di istinto, misi una mano sulla patta dei suoi pantaloni e senti la forma del suo cazzo già rigido. Gli dissi: «Finiamo la cena e andiamo alla nostra macchina.»
La cena finì rapidamente. Ordinammo tutti insieme, pagammo insieme. Appena usciti dal ristorante, il signor Rossi mi avvolse con il suo braccio attorno alle spalle. Con la mano libera, mi toccò il seno, facendolo uscire completamente dal vestito. Marco era dall'altro lato e non poté fare altro che guardare le facce delle persone che incontravamo lungo la strada: alcune sorprese, alcune scandalizzate, alcune semplicemente interessate.
Arrivati alla macchina, Marco salì nel lato del guidatore. Io e il signor Rossi salimmo dietro.
Appena dentro, l'uomo si tolse completamente i pantaloni e le mutande. Ne uscì un bel cazzo: depilato come piace a me, lungo e grosso a sufficienza per farmi godere. Era un corpo maschile maturo ma ancora attraente, e il suo membro era in uno stato di erezione perfetta.
Appena vidi quel bel cazzo, cominciai a fargli una sega lenta, sentendo la pelle morbida sotto le mie dita. Dissi a Marco: «Parti. Ma sposta lo specchietto per non perderti la scena.»
Ero così eccitata che accensi la luce del tettuccio, illuminando il nostro spazio privato in mezzo alla città. Mi abbassai per succhiare il cazzo del signor Rossi, sentendo l'essenza di quel bel membro sulla mia lingua. Lo succhiavo con passione e desiderio, tenendolo con due mani per guidare il movimento. Un pompino colmo di intensità.
A ogni semaforo rosso, qualche passeggero di altre auto notava cosa stavo facendo. Questi sguardi occasionali non facevano altro che aumentare la mia voglia, la mia audacia. Finché non mi decisi che era giunto il momento per mettermelo dentro.
Mi sedetti sopra di lui, guidando il suo cazzo dentro la mia vagina. Dissi a Marco: «Guardami scopare!»
Marco, guardando dallo specchietto retrovisore centrale che aveva spostato per avere la visuale migliore, vide la mia vagina grondante far entrare tutto quel cazzo. Allungò una mano dal suo posto di guidatore e la sentii che mi stava toccando la vagina e il cazzo dell'uomo, tutto bagnato dai miei umori.
Sentivo il signor Rossi che metteva sempre più foga, i suoi movimenti diventavano più profondi, più urgenti. Accelerò il movimento su e giù sotto me, e quando stava per venire mi disse: «Sto per venire. Dove vengo?»
Io, in preda a un inizio di orgasmo, risposi senza pensare: «Vienimi dentro. Facciamo vedere a mio marito come mi scopi.»
In quel istante, un getto caldo e potente si riversò dentro di me. Sentii il suo sperma colare lungo le pareti della mia vagina, una sensazione di riempimento totale e di trasgressione assoluta. Con la mano, cercai di raccogliere parte dello sperma che già stava fuoriuscendo e lo spalmai sulla mia vulva, rendendo tutto più visibile, più osceno.
Mentre il cazzo del signor Rossi era ancora dentro me, semiflaccido ma ancora presente, mi infilai due dita nella mia vagina piena di sperma. Poi le estrassi, lucide e bianche, e le diedi a Marco da succhiare.
Marco, senza dire nulla, aprì la bocca. Succhiò tutto lo sperma di questo sconosciuto dalle mie dita, deglutendo con un'espressione di piacere perverso e di totale sottomissione al nostro gioco.
Riportammo il signor Rossi al parcheggio dove aveva lasciato la sua auto. Smontò senza molte parole, un semplice «Grazie» e un sorriso di complicità. Non ci salutammo nemmeno con un gesto formale; io volevo solo scopare con uno sconosciuto, e l'avevo fatto.
Salii davanti sul sedile del passeggero, incurante del fatto che lo sperma stava ancora scendendo dalla mia vagina e sporcava il sedile. Il tessuto del vestito era macchiato, il mio corpo era un testimone vivente della trasgressione.
Baciai Marco in bocca, un bacio profondo che mescolava i sapori dello sperma dello sconosciuto e del nostro desiderio condiviso.
«Marco, ti amo», dissi con voce tremante ma sincera. «Ti lascio una serata libera per dare sfogo al tuo lato gay. Fai quello che vuoi.»
Lui mi sorrise. I suoi occhi si illuminarono come per dirmi che non aspettava altro questo momento. Un permesso esplicito, un invito alla sua propria trasgressione.
La macchina si mosse attraverso le vie di Treviso, mentre io mi sistemavo sul sedile, ancora tremante dall'orgasmo e dalla intensità dell'esperienza.
La serata romantica aveva preso una piega che solo noi due potevamo comprendere completamente.
E Marco ora aveva una licenza per esplorare il suo desiderio più nascosto.
E io avevo la certezza che il nostro amore era forte abbastanza per contenere tutte queste trasgressioni.
E per trasformarle in nuovi legami più profondi.
La macchina si dirigeva verso casa.
Ma la notte era ancora giovane.
E per Marco, ora, la notte aveva un nuovo significato.
E per me, il ricordo del cazzo depilato del signor Rossi nella nostra macchina sarebbe stato un tesoro segreto.
Un altro capitolo nella nostra storia di desiderio condiviso e di frontiere continuamente superate.
Treviso era diventata il teatro di un altro gioco.
E noi i protagonisti felici.
Senza rimorsi.
Solo con la voracità che ci definiva.
E con l'amore che ci permetteva di essere così voraci.
Senza limiti.
Solo con la promessa di continuare a esplorare.
Ogni possibilità.
Ogni desiderio.
Ogni trasgressione.
Insieme.
Ma anche separatamente.
Per poi ritrovarsi sempre più uniti.
Nel nostro amore unico.
E nella nostra complicità senza confini.
La macchina parcheggiò.
La serata era formalmente finita.
Ma per Marco, una nuova serata stava iniziando.
Con la mia benedizione.
E con il mio desiderio di vedere anche lui esplorare.
Le sue frontiere.
Le sue trasgressioni.
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